Le poltrone dei vecchi cinema…

A mio padre.

Ai giorni nei quali mi accompagnava al cinema.

È come un sogno dal fascino decadente. Le poltrone dei vecchi cinema, i manifesti affissi per tutta la città, gli orari notturni degli ultimi spettacoli. Una magia che ha lasciato negli ultimi anni il posto alla nascita di enormi ed asettiche multisale, cedendo il passo alla produzione di pellicole sempre più commerciali dal sapore rancido, lontane anni luce anche da quei film da sempre considerati dalla critica di carattere nazional popolare per la propria capacità di arrivare al grande pubblico, in grado di parlare dello stesso allo stesso.

Un luogo, il cinema, capace di generare sogni. Immagini veloci come un balletto di can-can dell’omonimo film del 1960 diretto da Walter Lang con Frank Sinatra, a volte lente come un capogiro su uno schermo che illumina la sala, tra le ombre nitide delle teste degli spettatori, seduti qualche fila più avanti. Il suono che invade la platea, la rende ovattata come una piccola noce, tra le colonne sonore che rimbalzano sulle pareti e ritornano all’orecchio senza il minimo sforzo.

E l’attesa, l’attesa dell’uscita di un film per poterlo guardare ad oggi sopperita da internet, da Netflix ed una pizza in compagnia. Una comodità piacevole ma che mortifica quel silenzio collettivo, quasi sacrale, di una sala vuota o gremita che sia, che sostituisce lo spoiler di chi esce dalla proiezione precedente con quello internauta, che vanifica un potenziale appuntamento accompagnato da un’esordiente frase “Ti va di andare al cinema un giorno di questi?!?”. Anelli di congiunzione di un antitetico mondo, che in ossimoro di vita è sempre lo stesso pur non essendolo più. E riflettevo proprio su questo il mese scorso quando all’ultimo spettacolo della proiezione del film “The French Dispatch of the Liberty, Kansas Evening Sun” contavo le teste dei presenti. Un calcolo decisamente facile, letteralmente effettuabile sulle dita di una mano.

Regressione: Assistono alla proiezione di “The French Dispatch”, nella prima serata di domenica x del mese y: colei che sta scrivendo, la sorella di colei che sta scrivendo, una delle migliori amiche di colei che sta scrivendo, il fratello di una delle migliori amiche di colei che sta scrivendo ed un ex compagno di classe ed amico di colei che sta scrivendo e di una delle migliori amiche di quest’ultima. Scusate il mio egocentrismo nel riportare la mia persona al comune denominatore del conteggio degli avventori, presso il cinema quasi un mese fa, in questa strampalata fiera dell’est ma mi divertiva troppo.

E mentre mi guardo sto film incentrato sulle vicende di una redazione giornalistica, domandandomi perché il giornale per il quale lavoro non abbia un tizio che porta aperitivi su un vassoio rotondo durante le riunioni, un senso di colpa mi colpisce come una botta di vanga dietro la nuca (non che io sappia che cavolo si provi a ricevere un colpo del genere ma presumo faccia un male cane e ti tramortisca parecchio). Dicevo… Si. Un senso di colpa comincia a disturbare la mia visione del film. “Dimmi un po’ signorina- dice la voce – quante volte sei andata al cinema nell’ultimo mese? E nell’ultimo anno?”. Potrei tentare di difendermi. Controbattere alla voce che i film che portano mi fanno tutti cagare e che non vado a spiaccicare le mie natiche su una poltrona per vedere due tizi che non farebbero altro che emettere dei suoni fastidiosi per un’ora di fila.

Ma poi che cazzo di lavoro è lo youtuber??? Ma non scherziamo per cortesia. Ma proprio mentre sto studiando la mia arringa, stile Perry Mason, contro la parte polemica generata dalla mia presunta schizofrenia, mi fermo. Dovrei immolarmi. Si, in nome di tutti i cinema d’Italia io dovrei pagare il biglietto almeno una volta a settimana, indistintamente dal film. Volontariamente sacrificare il buon gusto che alberga nel mio cervello in nome del kitsch che attualmente infesta l’industria cinematografica mondiale e salvare, così, questo piccolo cinema di provincia, sostenerlo, aiutarlo. E mentre fantastico di scendere giù, affannata e sudata, prendere dal colletto della camicia il proprietario e supplicarlo di proiettare film più impegnati, perché soccombere sì ma benedetto Iddio, con un minimo di dignità, mi calmo.

“Non puoi salvarli tutti- mi dice la voce- ciò che puoi fare è continuare ad amare questo mondo magico, fatto di luci e di echi passati. Amare qualcosa che non conosci bene, qualcosa che ami punto e basta, di quell’amore senza pretese che di norma dovrebbe avere una madre per un figlio con il quale ha a che fare tutti i giorni ma che non conosce fino in fondo…lo ama punto e basta. Porta con te l’applauso della sala del cinema di Piazza Dalmazia a Firenze al termine della proiezione della “Grande bellezza” di Sorrentino, i ricordi tremendi del fenomeno Titanic, lo sgomento a liceo dopo aver visto “Buongiorno notte”. Tutto o forse niente, tienitelo stretto. Mentre il mondo cambia, ed è giusto così”.  

Marina Rizzo

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